Pittore, architetto e scultore, Pellegrino Tibaldi (1527–1596) fu uno dei più estrosi interpreti della maniera di Michelangelo, della quale restituì una lettura fantastica e briosa che affascinò alcuni dei più importanti committenti del Cinquecento europeo. La sua fama, infatti, oltrepassò i confini di Bologna – dove i Tibaldi si erano trasferiti dalla Lombardia quando Pellegrino era ancora giovanissimo – e si spinse fino a Roma, alle Marche, a Milano (dove lavorò per il potentissimo cardinal Carlo Borromeo) e infine in Spagna, dove fu chiamato da Filippo II per compiere la decorazione a fresco del chiostro e della biblioteca del monastero dell’Escorial, residenza e pantheon della casa reale Asburgo.
Ricevuti i primi rudimenti dal padre Tibaldo, muratore e architetto di professione, Pellegrino si trasferì a Roma dove affinò le proprie inclinazioni artistiche misurandosi con il Giudizio Universale di Michelangelo (che costituirà le fondamenta più solide del suo vocabolario pittorico) ed esercitandosi nella bottega del più brillante tra gli allievi di Raffaello, Perino del Vaga. Con questi lavorò spalla a spalla nell’affollato cantiere di Castel Sant’Angelo, la cui sfarzosa decorazione fu ordinata dal pontefice Paolo III alla metà degli anni Quaranta del Cinquecento.
I lavori di Pellegrino Tibaldi in Castel Sant’Angelo non sono che la premessa per illustrare cinque inediti dipinti romani dell’artista, eccezionalmente rinvenuti e presentati al pubblico in questo volume per la prima volta. Rimossi nell’Ottocento dalla loro originale collocazione e montati su tela, i tondi raffigurano una scelta degli episodi della saga del ciclope Polifemo, una delle storie più avvincenti della mitologia classica.
Illustrati attraverso un prezioso apparato illustrativo, le cinque “favole tibaldesche” costituiscono un’importante aggiunta al catalogo dell’artista e un fondamentale tassello per la conoscenza della pittura capitolina di epoca farnesiana.