Giovanni Battista Piranesi. I Grotteschi

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Francesco Nevola

Giovanni Battista Piranesi. I Grotteschi

Gli anni giovanili 1720-1750
‘troppo pittore…per essere incisore’

pagine: 280

illustrazioni: 200

rilegatura: brossura

ISBN: 88-7003-048-2

Disponibilità: esaurito

120 EUR

Giovanni Battista Piranesi. I Grotteschi

J. G. Legrand, biografo del Piranesi, riporta il giudizio critico dell’incisore Giuseppe Vasi riguardo il suo discepolo veneziano:‘Vous être trop peintre, mon ami, pour être graveur’ – ‘Sei troppo pittore, amico mio, per essere incisore.’ Il Vasi, pronunciando tali parole, si riferiva all’attività pittorica, condotta dal Piranesi, in precedenza dell’apprendistato da incisore. Legrand ci ricorda che Piranesi studiò con artisti quali Piazzetta, Canaletto, e Tiepolo, dipingendo alla maniera di Giovanni Benedetto Castiglione e dei Bamboccianti. Quindi, sebbene oggi non sia stata comprovata alcuna evidenza dell’opera pittorica dell’artista veneziano, tali affermazioni suggeriscono che, un certo numero di dipinti della mano del giovane Piranesi, sia effettivamente esistito. Il presente studio, abbraccia i primi anni della vita artistica del Piranesi: dalla nascita nel 1720 fino alla pubblicazione del suo primo lavoro maturo, I Grotteschi, editi nel volume Opere Varie nel 1750. Suddiviso in tre sezioni, nella prima, l’autore rivede nel dettaglio l’intera cronologia relativa a questo periodo. Le differenti, possibili tipologie di apprendistato condotte dal Piranesi, i suoi contatti maturati tra Roma e Venezia tra gli artisti, gli intellettuali e gli aristocratici del tempo, contribuiscono a delinearne il rapido sviluppo artistico durante gli anni tumultuosi passati tra la città lagunare e la città eterna. Nella seconda parte, tramite l’ausilio di un apparato iconografico vastissimo, l’autore approfondisce l’influenza che, pittori ed incisori, coevi e non, ebbero sul giovane Piranesi. In particolare, riguardo la produzione di Capricci di Rovine, che culminò con quella maestosa dei Grotteschi. In questa fase, l’opera del Piranesi è messa a confronto con quella di artisti quali Mantenga, Durer e Rembrant fino a Castiglione e Salvator Rosa. Tra gli artisti contemporanei, G.B. Tiepolo e G.P. Panini. L’impatto di questi artisti sulla produzione piranesiana è considerato sotto un duplice profilo: l’approccio autodidattico tramite il quale l’artista veneziano mirava a migliorare il proprio stile e, rivaleggiando direttamente con l’altrui produzione artistica, il mezzo per ottenere un proprio riconoscimento nei ranghi di tali lumi. In questo contesto, una selezione di Vedute del giovane Piranesi sono messe a confronto con alcuni lavori precedenti di maestri quali G.B. Falda e A. Specchi e con le opere dei suoi coevi Canaletto e Bellotto, al fianco dei quali, probabilmente il Piranesi lavorò. La terza parte tratta di questioni di interpretazione. In relazione al gusto del primo settecento per il Rovinismo, nelle stampe, nella pittura e nell’architettura – in particolare a completamento dei giardini –, considerando le accresciute nozioni archeologiche del Piranesi, i Capricci di Rovine pubblicati nel suo primo volume la Prima Parte di Architettura e Prospettiva del 1743, sono interpretati come espressioni dirette della sua idea di “Parlanti Ruine” ossia di Rovine Parlanti. L’autore, tramite l’inserimento di didascalie esplicative, tratteggia un Piranesi intento nel trasformare queste sue prime stampe in immagini “leggibili”, introducendo nei suoi lavori quel potente contenuto polemico che differenziò il suo lavoro da quello degli artisti a lui coevi, che diventò poi elemento integrale della sua produzione. In questo contesto, I Grotteschi, sono considerati il culmine di questa prima fase di immagini polemiche e, per la prima volta, vengono qui presentati come la rappresentazione di un unico e coerente testo narrativo che racconta il mito della creazione dagli antichi. Un argomento elegiaco, del tutto inerente agli obbiettivi del Piranesi architetto-archeologo, incisore-editore spinto ad innovare il gusto contemporaneo. Un ruolo che, nel breve corso dei cinquantotto anni della sua vita, Piranesi occupò con successo, divenendo l’indiscusso padre del Neoclassicismo. Questa seconda edizione tradotta e ampliata si conclude con l’aggiunta di due appendici. La prima esamina a fondo le assonanze stilistiche tra l’opera di Piranesi e quella dei Vedutisti della sua epoca a Venezia e a Roma, soffermandosi in particolare sull’asserzione del suo biografo, Legrand, secondo il quale egli studiò con Canaletto. Questa relazione, oltre che quella col più giovane Bellotto, rappresentano, nel libro, motivo di particolare approfondimento. In chiusura, una serie di tavole in bianco e nero, frutto di una campagna fotografica derivante sia dall’archivio MetaImago dell’Arch. Maurizio di Puolo sia dagli scatti appositamente eseguiti da Mauro Coen, illustrano dettagliatamente l’unica realizzazione architettonica del Piranesi: La chiesa dei Cavalieri di Malta, sull’Aventino, Santa Maria del Priorato.

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Il Cavalier Giuseppe Cesari d’Arpino

A lungo maltrattato dalla critica, Giuseppe Cesari (1568-1640), meglio noto come il Cavalier d’Arpino, fu, in vita, tra i più importanti pittori della Roma pontificia. Notato appena adolescente nei cantieri vaticani di Gregorio XIII, la carriera di Giuseppe fu un susseguirsi di successi: favorito della casa Aldobrandini, Giuseppe Cesari fu il pittore di fiducia del Papa e del cardinal nipote Pietro. Protagonista delle vicende artistiche della capitale, animatore della vita culturale romana, la sua fama sconfinò dalle mura della città dei Papi. Essa arrivò addirittura in Francia, dove nel 1629 fu chiamato a decorare la sontuosa galleria del Palais du Luxemburg, opera eseguita poi da Peter Paul Rubes. Omaggiato dal Papa nel 1600 con il titolo di Cavaliere di Cristo, e trent’anni più tardi dall’autorità politica francese con la con la concessione della Croce e del titolo di San Michele, Giuseppe Cesari morì a Roma, dopo quasi sessant’anni di ininterrotta carriera, tra gli onori e le lodi degli intendenti d’arte, dei collezionisti, degli accademici, primo fra tutti di Giovanni Baglione, suo amico e biografo che ricorderà l’artista nelle sue Vite con un racconto ricco di annotazioni curiose sulla vita del pittore e pieno di ammirazione. Fin da giovane punto di riferimento per molti, direttore di una bottega imponente e attivissima, Giuseppe Cesari, protagonista di due secoli, fu erede della tradizione artistica del Rinascimento e spettatore, e in qualche modo precursore al contempo, di una nuova era artistica. Alcune glorie della pittura del Seicento, infatti, si formarono nel suo atelier, Caravaggio, Andrea Sacchi, Pierfrancesco Mola, solo per ricordarne alcuni. L’opera pittorica di Giuseppe Cesari, lodata dai suoi contemporanei quanto, se non di più, quella di Annibale Caracci o del Caravaggio, ha ritrovato la giusta collocazione nella storia dell’arte grazie ai numerosi contributi di Hewarth Röttgen, curatore della prima e ultima esposizione dedicata al pittore (tenutasi a Roma, a Palazzo Venezia, nel 1973); lo stesso Röttgen nel 2002 ha consegnato alle stampe, grazie alla Casa Editrice Ugo Bozzi Editore, il prezioso volume monografico consacrato interamente ai dipinti dell’artista, Il Cavalier Giuseppe Cesari D’Arpino. Un grande pittore nello splendore della fama e nell’incostanza della fortuna. Dal lavoro edito nel 2002 nasce l’idea del volume che qui presentiamo, dedicato per intero all’opera grafica del Cesari. Se è ormai ben chiaro agli studi il percorso del pittore, ancora poco indagato è il profilo del disegnatore Giuseppe Cesari. Nei secoli in cui trionfa l’idea del Disegno come “Padre delle Arti”, il Cavalier d’Arpino dà vita ad opere su carta dall’inattesa squisitezza qualitativa dimostrandosi artista brillante, raffinato nello stile, estroso nell’invenzione. Molti dei disegni originali presentanti nel volume vengono qui pubblicati, a fianco ad alcuni inediti dipinti, per la prima volta. Attraverso gli oltre trecento bellissimi disegni nati dalla mente e dalla mano capace del Cavalier d’Arpino, si potranno scoprire i percorsi creativi dell’artista, dalle prime idee al progetto finito, svelando, così, tutti i retroscena della sua opera pittorica, già brillantemente illustrata da Herwart Röttgen. Nei disegni del Cavalier d’Arpino è racchiusa l’intera tradizione romana del Cinquecento, da Raffaello a Polidoro, da Perin del Vaga a Taddeo Zuccari, ma già vi si intuisce un’aria nuova, quella del Seicento che verrà.
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Il Cavalier Giuseppe Cesari d’Arpino

A lungo maltrattato dalla critica, Giuseppe Cesari (1568-1640), meglio noto come il Cavalier d’Arpino, fu, in vita, tra i più importanti pittori della Roma pontificia. Notato appena adolescente nei cantieri vaticani di Gregorio XIII, la carriera di Giuseppe fu un susseguirsi di successi: favorito della casa Aldobrandini, Giuseppe Cesari fu il pittore di fiducia del Papa e del cardinal nipote Pietro. Protagonista delle vicende artistiche della capitale, animatore della vita culturale romana, la sua fama sconfinò dalle mura della città dei Papi. Essa arrivò addirittura in Francia, dove nel 1629 fu chiamato a decorare la sontuosa galleria del Palais du Luxemburg, opera eseguita poi da Peter Paul Rubes. Omaggiato dal Papa nel 1600 con il titolo di Cavaliere di Cristo, e trent’anni più tardi dall’autorità politica francese con la con la concessione della Croce e del titolo di San Michele, Giuseppe Cesari morì a Roma, dopo quasi sessant’anni di ininterrotta carriera, tra gli onori e le lodi degli intendenti d’arte, dei collezionisti, degli accademici, primo fra tutti di Giovanni Baglione, suo amico e biografo che ricorderà l’artista nelle sue Vite con un racconto ricco di annotazioni curiose sulla vita del pittore e pieno di ammirazione. Fin da giovane punto di riferimento per molti, direttore di una bottega imponente e attivissima, Giuseppe Cesari, protagonista di due secoli, fu erede della tradizione artistica del Rinascimento e spettatore, e in qualche modo precursore al contempo, di una nuova era artistica. Alcune glorie della pittura del Seicento, infatti, si formarono nel suo atelier, Caravaggio, Andrea Sacchi, Pierfrancesco Mola, solo per ricordarne alcuni. L’opera pittorica di Giuseppe Cesari, lodata dai suoi contemporanei quanto, se non di più, quella di Annibale Caracci o del Caravaggio, ha ritrovato la giusta collocazione nella storia dell’arte grazie ai numerosi contributi di Hewarth Röttgen, curatore della prima e ultima esposizione dedicata al pittore (tenutasi a Roma, a Palazzo Venezia, nel 1973); lo stesso Röttgen nel 2002 ha consegnato alle stampe, grazie alla Casa Editrice Ugo Bozzi Editore, il prezioso volume monografico consacrato interamente ai dipinti dell’artista, Il Cavalier Giuseppe Cesari D’Arpino. Un grande pittore nello splendore della fama e nell’incostanza della fortuna. Dal lavoro edito nel 2002 nasce l’idea del volume che qui presentiamo, dedicato per intero all’opera grafica del Cesari. Se è ormai ben chiaro agli studi il percorso del pittore, ancora poco indagato è il profilo del disegnatore Giuseppe Cesari. Nei secoli in cui trionfa l’idea del Disegno come “Padre delle Arti”, il Cavalier d’Arpino dà vita ad opere su carta dall’inattesa squisitezza qualitativa dimostrandosi artista brillante, raffinato nello stile, estroso nell’invenzione. Molti dei disegni originali presentanti nel volume vengono qui pubblicati, a fianco ad alcuni inediti dipinti, per la prima volta. Attraverso gli oltre trecento bellissimi disegni nati dalla mente e dalla mano capace del Cavalier d’Arpino, si potranno scoprire i percorsi creativi dell’artista, dalle prime idee al progetto finito, svelando, così, tutti i retroscena della sua opera pittorica, già brillantemente illustrata da Herwart Röttgen. Nei disegni del Cavalier d’Arpino è racchiusa l’intera tradizione romana del Cinquecento, da Raffaello a Polidoro, da Perin del Vaga a Taddeo Zuccari, ma già vi si intuisce un’aria nuova, quella del Seicento che verrà.